Benvenuti!

La mia foto
Kirksville, MO, United States
Questo luogo è il tempio della scrittura, della poesia e della creatività. Sentitevi liberi di commentare, esplorare, creare e osservare. In queste pagine spero potrò trovare altri esseri che, come me, sono stati attratti dal fascino magnetico delle parole..

mercoledì 21 aprile 2010

Gli occhi dell'ombra

Ecco un racconticino piccino picciò dall'incipit fisso di un elfo che trova una moneta. Deve rimanere sotto le 3000 battute e devo mandarlo poi ad un concorso.
Ditemi le vostre impressioni!
=)


L'elfo si stupì nel trovare quella moneta.
Il piccolo essere dalle orecchie a punta mordicchiò l'oggetto, tenendolo tra le sue lunghe dita.
Diede ancora un'occhiata alla terra smossa ai suoi piedi e storse il naso all'odore pungente che proveniva dallo scavo. Un fetore dolciastro che, come una carezza, gli scivolava sulle guance, lo attirava e lo ripugnava allo stesso tempo.
Ai suoi piedi, un volto con occhi senza palpebre digrignava i denti alla falce di luna che illuminava di sbieco le lapidi e le pietre delle tombe.
Il giovane non si prese la briga di risotterrare il corpo che aveva esumato.
Aveva creduto di trovare poco o nulla, come su tutti gli altri corpi sui quali frugava da anni. Invece questa volta aveva trovato di più.
Sogghignò, il volto pallido che sembrava sbiadire nella luce dell'astro notturno; un vento gelido corse attraverso le lapidi, come un sospiro di un altro mondo, quando le dita si chiusero imprigionando nella mano dell'elfo ciò che avrebbe dovuto permettere all'anima del defunto il viaggio verso i suoi avi.
Si incamminò lentamente verso l'uscita del cimitero. Era una serata come un'altra, e quello per lui era un cadavere come un altro.
Ogni passo che faceva, però, sentiva sempre più su di sé degli occhi appuntiti. Tre volte si girò, e tre volte non scorse nulla.
Percepiva una presenza, fumosa come una sensazione.
Qualcuno lo guardava dal buio.
Fu preso dalla voglia di abbandonare quelle lapidi, denti che laceravano il terreno. Attraversò le ombre delle lastre marmoree con il proprio passo e voltò le spalle a quel luogo di morte.
Voltò le spalle al cadavere dissotterrato di suo padre.
*
Aveva perso il conto dei giorni, il giovane elfo. Giorni trascorsi gridando contro l'oscurità, contro chi lo fissava ogni attimo dal nero più profondo.
Le sue orecchie erano invase da orribili bisbiglii e sussurri che non gli davano tregua, che lo tenevano sveglio la notte e gli martellavano la testa.
Stava lentamente impazzendo e non riusciva a salvarsi.
Le sue mani rasparono il pavimento sporco della camera. Si era svegliato di nuovo di soprassalto e piangeva sommessamente, il ventre a terra.
Si accorse di essersi ferito a una mano e un lieve tintinnio gli rivelò di aver rotto lo specchio accanto al letto.
Nella sua mente una rivelazione si fece strada all'improvviso: strisciante, velenosa, fredda come il vetro che la sua mano iniziava a stringere.
Il tocco sottile sulla sua carne bollente fu come quello di un vecchio amico.
Vi fu un attimo di pace mentre il raschiare del gelido oggetto tagliente contro l'osso del polso copriva le voci senza fine.
Mentre la vita gocciolava via da lui, il piccolo ragazzo osservò la sua moneta.
La vista gli si offuscò, e dall'oscurità balzò fuori lei.
La sua coscienza uscì fuori dalla nera ombra della sua mente, ad osservarlo con occhi senza palpebre.
L'immagine di ciò che una volta era stato suo padre si chinò e raccolse il piccolo disco giallo.
Poi scomparve, e la morte sibilò nelle sue orecchie parole d'oblio.

domenica 11 aprile 2010

Il Fumo Saliva Alto

Questo è il prologo di un mio racconto per magari un prossimo concorso.. narra del lager di Mauthausen.

Inizio.
Prologo.
Il fumo saliva alto.
Come nelle fabbriche di acciaio, nelle fonderie e nei porti. Sfiorava le nuvole, accarezzava il cielo e lo screziava di nero.
Le ciminiere di mattoni annerite sbuffavano ininterrottamente quel fumo scuro, denso, dall'odore pungente.
I forni non si fermavano mai, e anche di notte i loro fuochi rombavano dentro le camere, alimentate dagli addetti alle caldaie.
Attorno alla bassa e lunga costruzione, il prato si stendeva per qualche decina di metri e veniva subito ricoperto dal cemento di una strada.
Altri edifici lunghi e bassi si delineavano in un ordine quasi reverenziale, e dentro quelle case volti, facce, corpi, anime.
Nessuno passava sulla strada che si divideva nei viottoli tra i casermoni che stavano lì, accasciati sul terreno, come se un peso immane li schiacciasse al suolo.
Il cielo sorrideva azzurro, indifferente.
Il rumore di stivali ruppe il silenzio della sera. Suole chiodate battevano l'asfalto a un ritmo incessante. Un altro carico di combustibile arrivava ai forni su un carretto da quell'agglomerato di case fantasma.
I cadaveri vennero buttati nudi nelle fiamme dell'inferno.
Il fumo saliva alto, nel campo di Mauthausen.

venerdì 2 aprile 2010

Come scrivere bene - Umberto Eco

1. Evita le allitterazioni,anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte:è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10.Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11.Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12.I paragoni sono come le frasi fatte.
13.Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14.Solo gli stronzi usano parole volgari.
15.Sii sempre più o meno specifico.
16.La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17.Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
18.Metti, le virgole, al posto giusto.
19.Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21.Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22.Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23.C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24.Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25.Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26.Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27.Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28.Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29.Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30.Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31.All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32.Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33.Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34.Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.
35.Non usare mai il plurale majestatis.Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36.Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37.Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38.Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva eccedono comunque le competente cognitive del destinatario.
39.Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che una frase compiuta deve avere.
40. Una frase compiuta deve avere.

Come scrivere bene - Umberto Eco

lunedì 29 marzo 2010

Un Medico

Un Medico
"Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti."


Non si passeggia per niente. E non si guarda il cielo per niente.
Lui pensava questo tutte le sere, quando passava sotto quei vecchi e striminziti ciliegi; camminava senza niente in tasca tranne le mani, buttando di tanto in tanto l'occhio ad una finestra e poi l'altra, come un gioco di arancioni luci, immaginandosi le famiglie che vi vivevano dentro.
C'era forse qualche vecchio solo che fissava delle grigie e polverose foto, immobile come una vetrina? Vi erano forse dei gioiosi ragazzini che giocavano con nulla sul tappeto ed erano felici, nell'appartamento accanto?
Su tutto ciò lui non poteva che stendere un velo di neve, e lentamente passò oltre.

"Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore."

E pensava. Non poteva farne a meno: non quella sera, non con quel cielo che rigettava la luce a terra. Il pensiero andò all'esame di medicina del giorno dopo e non trattenne un sorriso fugace. Perchè giocare con nulla quando puoi giocare con la vita, con la vita degli altri? Nel mondo si vince o si perde. E lui non avrebbe perso.
Un velo di neve ricoprì il suo cuore di ghiaccio e lentamente passò oltre.

"E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l'uomo
e vennero in tanti e si chiamavano "gente"
ciliegi malati in ogni stagione."


Sedeva sulla sua poltrona di feltro il “dottore”. Con le mani in mano, contava le ultime banconote, come sempre ogni venerdì sera. Solo che quello non era un venerdì sera qualunque.
Ottocento, novecento, mille..
I soldi passavano sotto le sue dita, insensibili e assuefatte dalla cartamoneta.
Davanti alla sua scrivania uno specchio restituiva l'immagine di un uomo di cinquant'anni.
Venerabile, in camice bianco, ordinato, elegante, ricco, corrotto, depravato, schifoso.
E fuori la neve cadeva sui ciliegi, e li conservava in pochi piccoli attimi fugaci; fuori la neve indifferente creò un velo su quell'uomo, d'ipocrisia avvelenato, con la morte alle porte.
I ciliegi non erano però né rossi ne bianchi. Erano neri. Erano morti.
La neve lo ricoprì e lentamente passò oltre.


"E i colleghi d'accordo i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d'amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare."


“Nel mondo si vince o si perde” ripeteva poco convinto, a quelli che ancora lo stavano a sentire. Non aveva mai avuto, lui, bisogno d'amare: il suo era solo un mestiere.
Ottocento, novecento, mille.
Dalla sua porta passò il suo nuovo pediatra, in volto un sorriso. Si chiese, il “dottore”, cos'avesse da ridere. Gli venne detto in risposta. “Io curo i malati”.
“Il medico cura la malattia, non i malati. Curare i malati , è quello che manda il medico in depressione”. Ma niente faceva presa su quel cuore di vetro, che lentamente si scioglieva, e dal sorriso, poi, rideva.
Un'altra coltre di neve si tuffò sul cuore gelato. Ottocento, novecento, mille. E lentamente passo oltre.


"E allora capii fui costretto a capire
che fare il dottore è soltanto un mestiere
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell'identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame."

Fare il dottore è solo un mestiere, non porta altro che denaro. Guardò giù dalla sua finestra del suo spazioso ufficio. Attorno al suo Chayenne tre bambini rincorrevano i fiocchi di neve e li schivavano, felici.
Toccare del denaro non era la stessa cosa, pensò.
Nel mondo si vince o si perde. E lui quel venerdì sera del 24 Dicembre, capì di aver perso.
La neve iniziò a sciogliersi sul suo cuore, e lui lentamente passò oltre.

"E il sistema sicuro è pigliarti per fame
nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l'etichetta diceva: elisir di giovinezza."


Nel corridoio le luci erano spente. Dalle camere fiocamente illuminate i pazienti dormivano sonni più o meno pesanti, dettati da anestetici più o meno pesanti.
Nessuna droga poteva addormentarlo quella sera. Vagò per le sale dell'ospedale come non aveva mai fatto, lasciandosi dietro di sé un'invisibile, sottile e quanto mai reale scia di neve bagnata. Non sapeva dove andare a farsi curare, lui, che aveva curato con occhio cinico e insensibile migliaia di pazienti, e altrettanti ne aveva visti morire; ora era diventato lui un paziente, per curare quell'organo che aveva seppellito sotto la coltre bianca e gelata della propria avidità.
Attraversò respiri e singhiozzi, ma ancora una volta passò oltre.

"E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione."


Cercava quel giovane ragazzo, quel piccolo sorriso.
Come fai? Dimmi come fai? Perchè sorridi? Come puoi?
Non poteva rimanere così, in quella sera bianca e nera, ad aspettare lo spettro del suo cinismo.
Si fermò al suono di un canto. La porta aperta, una candela accesa.
E poi un bambino sul letto, un malato terminale, lui lo sapeva. Pochi giorni o poco più.
Eppure, eppure...
La madre ancora lì accanto, con una piccola torta in mano, gli occhi dietro le lacrime, il sorriso sotto le labbra.
E cantava per il suo piccolo, come se potesse averne ancora cento di quei compleanni.
Ottocento, novecento, mille.
Si sedette anche lui e cantò per qualcun'altro, per la prima volta.
La neve si sciolse sul suo cuore caldo: telefonò alla moglie per dirle che l'amava, al suo capo per dire che si licenziava, e di cose da dire ne aveva davvero molte.
Cantò per il piccolo sorriso, e questa volta non passò più oltre.

martedì 23 marzo 2010

Sera

La sera è la luna sui tetti.
Senza luna non ci sarebbe una parvenza di notte e una notte senza luna sarebbe un buio senza senso.
Si ripensa ai giorni, durante le notti.
Il biglietto del treno che quella maledetta barista in via Roma non ti vuole fare perchè le gira male o perchè vuole che tu consumi qualcosa.
I risolini leziosi e le stupidaggini di una voce falsa ma che non si assenta per un solo minuto.
La stupidità di chi dovrebbe essere intelligente.
E tu che stai lì a guardare la sera, mentre la luna ti fissa.
Non puoi cambiare il mondo. Non puoi cambiare te stesso.
E continui a guardare la luna.

lunedì 22 marzo 2010

Corso di Scrittura Lez. III - Non avrete più paura di scrivere

Sono tante le voci che circolando a proposito delle trame letterarie, e ancora di più sono i luoghi comuni.
Per iniziare, citiamo quello più tenace di tutti.
Ovvero che le trame narrative sono già nella testa dello scrittore, fatte finite e complete. Alcuni parlano addirittura di scalette, di plot ecc.
Questa tesi va bene per la sceneggiatura nel cinema, ma per l'attività letteraria va smentita, assolutamente.
Quasi mai l'autore sa cosa andrà a scrivere davvero. Spesso ne sa pochissimo.
Come è possibile? Questo perché lo scrivere è un processo di svelamento di se stessi a se stessi ma anche ad un altro.
Chi racconta di sé racconta agli altri e nello stesso tempo capisce molto di sè.
Le idee migliori vengono mentre si scrive. Il problema è che iniziare a scrivere, per esempio in un tema in classe, senza sapere dove andare a parare, è completamente dannoso. Le persone talentuose non hanno problemi in questo: essi nel proprio inconscio trovano già i personaggi, le descrizioni e le narrazioni, ma tutto questo solamente perché hanno seguito un allenamento: scrivono, scrivono e ancora scrivono.
er arrivare a non temere di scrivere bisogna, paradossalmente, scrivere (e qui vi rimando alle precedenti lezioni sul metodo). Chi in un tema per esempio dice "Non so cosa scrivere" solitamente usa due scuse: 1) Non so niente sull'argomento 2)Non sono capace a scrivere.
Corbellerie. Solo al prima è, a volte, utilizzabile, ma con i documenti forniti nelle prove non si può non sapere cosa scrivere: si ha già tutto (articoli, recensioni ecc) da cui prendere spunto.
Dividiamo i tre tipi di narrazione

Narrazione da Romanzo o racconto:
Si parte da un'idea, per esempio: vorrei scrivere una storia d'amore moderna.
Questa idea mi è venuta mentre camminavo e ho notato i lucchetti sul ponte vicino a casa mia.
Elemento innovativo: riprendere il tema della scarpetta di cenerentola, ma al posto della scarpetta, ci sarà un numero di cellulare ignoto, che il protagonista dovrà inseguire per la città e scoprire di chi sia.
Luogo: Pinerolo
Tempo: Oggi
Protagonisti: un uomo e una donna
Coprotagonisti: Scelta vastissima.
Iniziate dunque a scrivere: che cosa succede? Succede che vi mettete in macchina e viaggiate sull'autostrada. Ad ogni uscita scegliete un casello, che sono le vostre scelte narrative. Così facendo ne scartate tutte le altre, perché vi piace più una località o chissà per quale altro motivo.
Nelle trame narrative accade proprio questo. Si parte da qualche dato dato in anticipo, come il periodo storico, i personaggi ecc. e poi ci si allarga.
All'inizio, quando si è agli esordi, è meglio prendere appunti: gli errori sono dietro un angolo e ogni scelta va mantenuta con coerenza.
Non fate come Chiara Strazzulla, che a pagina 350 descrive il caldo afoso dell'estate e dopo 15 pagine descrive gli spifferi gelati della finestra perché (ohibò!) era quasi inverno e faceva freddo.
Per quanto riguarda un racconto, molti pensano siano qualcosa di basso, di stupido e futile. Niente di più erroneo.
Un racconto non è un mini-romanzo. E' l'ingrandimento di un frammento. In esso potete scegliere la fantasia, concentrarvi su poche migliaia di battute per dire TUTTO. E' lì il difficile, e non tutti sono in grado di farlo. Io personalmente penso che un bravo scrittore sappia scrivere bellissimi racconti brevi: questo denota la sua capacità di emozionare chi legge che (non mi stancherò mai di ripeterlo) è la caratteristica e l'obiettivo base di chi scrive.
Si crede che sia più difficile scrivere 500 pagine che 5000 battute (4 pagine scarse). E' per la maggior parte sbagliato. Per la minor parte invece, ci si spaventa dalla lunghezza, si tentenna e si lascia perdere.
Bhè, NON MOLLATE MAI!
Dovete ragionare con coscienza su quel che volete scrivere. Non abbiate fretta, sappiate che la vostra storia non vi abbandonerà mai. Non fatelo voi.

Temi in classe
I temi. Chi non si è mai trovato di fronte al "non so cosa scrivere"? Tutti, bene o male, poco o quasi nulla. C'è sempre un momento del genere. Alzate la penna e vi rendete conto che avete detto tutto, ma avete scritto una colonna e mezza.
In quel caso, eccovi i miei personali consigli, grazie ai quali non sono mai stato a corto di idee e di cose da scrivere.
1) Non fatevi prendere dal panico, respirate ogni tanto.
2) Solitamente c'è tutto il tempo che volete, soprattutto in un esame.
3) Vi consiglierei, visto quel che ho detto sopra, di non fare la brutta. Scrivete quel che pensate, niente scalette, non impoverite l'arte con delle cose rigide. Scrivete decentemente e non a zampa di gallina e anche con delle correzioni si capirà tutto benissimo.
4) Guardate i documenti a vostra disposizione, evidenziate ciò che vi colpisce, fatevi guidare dal cuore prima, poi rileggeteli dopo esservi presi due minuti in cui lasciate andare libera la mente, e quindi usate la razionalità.
5) Avete tanti documenti, solitamente: lì c'è TUTTO quel di cui avrete bisogno, il tema è già quasi fatto
6) Il titolo è l'ultima cosa da mettere al vostro elaborato.
7) Rispettate lo stile (Tema articolo o saggio)
8) Non correggete a metà stesura: lo rifarete dopo. Sì, avrete tempo.
9) Il finale deve essere ad effetto. Mettete sempre il vostro parere, senza esplicitarlo. Un finale "Io penso che l'acqua debba essere pubblica perché persino i romani avevano a testa tanta acqua come noi" fa a dir poco pena. Meglio un finale tipo "Dà da pensare che gli abitanti di Roma abbiano 60 litri al giorno di acqua potabile a testa. E dà ancora più da pensare che li avessero già prima delle invasioni barbariche. Nel frattempo, in Puglia, si muore di sete". Ma voi saprete fare di meglio.

Eccoci qui! nella prossima lezione tratterò
- Dell'incipit, ovvero di come si inizia un racconto, tema e romanzo;
- Dell'in media res e del grande dilemma della terza persona e della prima persona.

Un abbraccio! Matte!=)

"I turisti vanno e tornano, i viaggiatori non si fermano mai"

Questo è il libro da cui traggo ispirazione. Gli faccio giustizia
http://www.ibs.it/code/9788876152214/cotroneo-roberto/manuale-scrittura-creativa.html

venerdì 19 marzo 2010

Corso di Scrittura Lez. II - Metodo e Verità

Umberto Eco, il grande autore, diceva che alla fine di aver steso un romanzo, l'autore dovrebbe togliersi di mezzo: il suo pezzo è diventato di tutti, non è più solo suo. Quello che succede o tende a succedere è infatti che l'autore, una volta terminata l'opera, continui a modificarla, cambiarla, senza mai finirla. Queste sono nevrosi da scrittore di fine scrittura, e quindi ancora non ci riguardano.
Per ora parleremo dell'inizio.
Anche qui c'è una nevrosi: la nevrosi della pagina bianca.
E' una leggenda, oppure esiste realmente? Diciamo si e no.
L'ansia da pagina bianca è quella che si prova prima di iniziare un lungo viaggio: non si sa quel che ci può succedere: "E' pericoloso mettersi in strada: metti un piede dopo l'altro e non sai dove andrai a finire". Caro vecchio Bilbo.
La paura maggiore è quella di non riuscire a scrivere un testo lungo.
Succede a chiunque. In classe, durante un tema, oppure nello scrivere un articolo, una recensione, un racconto.
Per ovviare a questo problema, e a quello della pagina bianca, servono essenzialmente due cose: Fantasia (e questa o la sia ha, o non la sia ha, ma tutti ne hanno almeno un po', quindi non preoccupatevi) e metodo.
Cosa intendo con metodo? intendo semplicemente che non dovete pensare al racconto,romanzo o quel che sia nella sua interezza. Concentratevi a scrivere cinque pagine, poi finite quelle concentratevi sulle altre cinque, come se fossero capitoli. Non pensate al finale, alla metà, ad altre cose: quelli verranno con il tmepo, da soli, mentre scrivete (Ricordatevi, spesso le migliori idee vengono solo mentre si scrive, e in nessun altro modo!).
L'idea infatti che gli scrittori abbiano una scaletta prefissata quando vogliono cominciare una storia, un tema in classe o un romanzo, è tra le più sbagliate che ci siano.
Si sa come iniziare, alcune idee slegate, poi si naviga a vista, e la storia prende forma da se.
Sembra la completa assenza di un metodo, a non è così: sono pensieri in liberà, come in una seduta psichiatrica, e dopo poco si capisce che un metodo nel navigare della mente lo si ha, per forza.
Una delle costrizioni tecniche importanti è sicuramente la disciplina.
Alberto Moravia scriveva due pagine al giorno, tutti i giorni.
Si deve scrivere ogni giorno, anche se non sembra di aver nulla da dire. Imporselo. A primo impatto sembrerà odioso, ma poi raccoglierete risultati strabilianti.
Se ciascuno di noi scrivesse due pagine al giorno per un anno, avrebbe confezionato 7oo pagine: un romanzo fluviale!
La decisione da prendere all'inizio è METODOLOGICA. Darsi un ritmo di lavoro e RISPETTARLO.
Per scrivere consiglio caldamente il computer: più pulito e facile da usare ( e anche più divertente).
Non scrivete però troppo. Se avete deciso due pagine, scrivete due pagine, non quattro e non dieci. Ricomincerete il giorno dopo.
Non siate severi con voi stessi. Un testo lungo è difficile da gestire e rimandate le correzioni radicali al termine dell'opera, o a un punto consistente.
La creatività passa dalla normalità, amici miei. Tutti possiamo essere artisti e scrivere cose meravigliose: per questo finora ho parlato di metodo e non di contenuti. Tutto a suo tempo, alla prossima lezione.

A presto, con la prossima lezione nella quale tratteremo insieme:
-Stesura del racconto
-Stesura del Romanzo
-Come si costruisce una trama narrativa; della lunghezza del testo; del modo di procedere; del perchè sia difficile tenere in piedi un racconto con più di 100 pagine.

A presto, Matte
=)

giovedì 18 marzo 2010

Corso di Scrittura Lez. I - Per Iniziare e Prima di Farlo

Buongiorno a tutti. Premetto che non mi metto in una condizione di superiorità, nè effettiva nè apparente, a chi vorrà dedicarmi il suo tempo per leggere quel che scrivo.

Ho deciso di fare, poco per volta, alcune semplici lezioni di scrittura creativa; anzi, più che lezioni, dei piccoli spunti e incipit di riflessioni, che comunque hanno un fondamento e una base tratta da "Manuale di Scrittura Creativa" di Roberto Cotroneo (un ottimo libro, davvero, compratelo).
Chiunque sia interessato a conoscere i meccanismi creativi nell'arte sublime dello scrivere, per chi voglia imparare qualcosa di nuovo, o per chi sia semplicemente curioso, questa è un'occasione d'oro.
Ma iniziamo.

La prima "lezione" riguarda i caratteri generali della scrittura.
Io penso che si nasca, in qualche modo, scrittori. L'essere umano è come un giardino, dove tutti i semi sono piantati a diverse profondità. Alcuni sono più vicini alla superficie, e risentono negativamente di tutti gli agenti atmosferici, altri sono più profondi e protetti e non moriranno mai.
Tuttavia, occorre curare, innaffiare, arare, far crescere e successivamente proteggere, potare e curare ancora la piantina che ne nascerà.
Il seme del talento è in tutti, ma solo pochi lo hanno alla profondità giusta, e ancora di meno lo hanno in un posto assolato e umido al punto giusto.
Spesso si inizia un corso dicendo gli obbiettivi dello stesso. Non lo farò e la scelta è semplice. Sarò, anzi molto diretto: chi non ha il talento innato dello scrivere (così come chi non ha il talento innato della poesia, della matematica, del disegno ecc) potrà migliorare SEMPRE, ma raggiungere chi il talento ce l'ha dentro, questo non potrà farlo MAI.
Non è il caso di disperarsi. Si possono sempre prendere buoni spunti e scrivere ottime cose. Inoltre, la passione è già "sintomo" di una buona dose di talento: basta lucidarlo.
Ho letto una bellissima domanda che si pone spesso agli inizi di corsi di scrittura.
Se un meteorite venisse a distruggere la terra tra tre settimane, e foste sicuri che nessuna forma di vita resisterebbe all'impatto, continuereste a scrivere il vostro romanzo, diario o comunque a scrivere in generale? Molti rispondono di sì, e non sanno che stanno dicendo una cosa non vera.Per carità, non lo fate in cattiva fede. penserete davvero di farlo, di continuare a scrivere.
inoltre sembrerebbe una risposta egoista: solo perchè nessuno mi legge più, abbandono la scrittura? ma allora penso solo più al profitto!
In realtà questa domanda sta alla base dell'essere scrittori (o aspiranti tali). Si scrive per gli altri, e mai per se stessi. E soprattutto, si scrive per essere letti.
Risponder negativamente non è un segno di egoismo. Tutt'altro! E' segno di grande altruismo e saggezza. La scrittura è comunicazione, non solitudine. Si scrive per raccontare sempre qualcosa a qualcuno. prima per l'amico, poi per la fidanzata, poi a mano a mano le facce si fanno tante, indistinte. Allora si capisce di star diventando scrittori.
Si scrive per gli altri allora. E' importante allora capire perchè si vuole scrivere, cosa si vuole raccontare e dire agli altri e sul come farlo. Tutti argomenti che vedremo insieme.
A volte si scrive per descrivere se stessi, la propria vita o le proprie idee.
Ma chi davvero vuole scrivere, sa che si scrive solo per un motivo.
Sedurre il mondo.
Voi dovrete tenere il vostro lettore incollato sulle vostre pagine; un uomo che non sa nulla di voi e della vostra vita, ma che rimane a leggere quello che volete dirgli, incantato.
Rubare il tempo al vostro lettore, sapere che come avrà mezzora di tempo libera, egli andrà a cercarvi.
Ecco la magia della scrittura: creare lacrime, risa ed emozioni laddove materialmente non ce ne sono, attraverso delle semplici parole.

A domani, dove insieme vedremo:
-Cos'è l'ansia della pagina bianca?
-Come ci si pone davanti a un testo da scrivere, specialmente se lungo? (temi in classe, romanzi, racconti ecc)
-Cosa conta nella creazione di una vostra opera, per davvero?

Matteo
=)

mercoledì 17 marzo 2010

Caccia alle Foche: Torti e Ragioni

Mi sono recentemente imbattuto in un articolo che parlava di come i politici canadesi avessero indetto un pranzo in cui mangiavano carne di foca per protestare contro la "miope politica animalista che rischiava di rovinare l'economia del paese".
Il mio amore per gli animali si è imbattuto in qualcosa di più questa volta, e così ho fatto una piccola ricerca.
I canadesi, così come gli Inuit, vivono di molte cose. Essi cacciano regolarmente le foche per cibarsene.
So che alla maggior parte di voi quest'idea ripugnerà: quei musetti soffici e quel pelo morbido mal i accostano alle scene sanguinose e cruente che ci vengono in mente quando pensiamo alla caccia a questi animali.
Bene. Quelle stesse scene sono dei cacciatori di frodo, soprattutto, che cacciano per le pelli, le pellicce e le unghie.
Cosa posso pensare io quindi dei politici canadesi?
Sarà schietto e diretto.
Fanno bene.
Il loro governo ha imposto leggi severissime sulle foche: esse non vanno uccise o catturate se non per scopi alimentari. Chiunque sia senza licenza, o operi in periodi non programmati o per scopi illeciti (cioè per inghirlandare una grassa signora vanitosa con una pelliccia in più) viene pesantemente sanzionato e rischia molti anni di galera.
L'economia canadese si basa molto sulla caccia alle foche per cause alimentari, così come noi ci basiamo sulla pesca sulle coste.
Essendo le foche una specie non a rischio, ma a possibile rischio, essi ne abbattano pochi capi l'anno, ben sapendo della situazione sicuramente meglio di noi.
Il costo della carne di foca è relativamente alto e quindi non è necessario cacciare molte foche poiché gli introiti sono alti e comunque strettamente regolamentati.
Io sono contro alla loro caccia per puri e meri fini commerciali nell'interesse delle aziende produttrici di pellicce, contro ai massacri inumani, contro lo spreco di risorse e l'abbattimento di animali inutilmente.
Tuttavia, questa volta gli animalisti sbagliano.
Così come non potremo mai essere tutti vegetariani (non abbiamo 7 stomaci, ahinoi!) allo stesso modo dobbiamo capire che i canadesi e gli inuit mangiano le foche così come noi mangiamo il fagiano.
Bisogna dunque sì avere tutela degli animali, rispettarne i diritti, dimostrarci degni dell'intelligenza che caratterizza l'essere umano, ma non bisogna essere ciechi ai bisogni della nostra stessa specie e capire che nello stesso momento in cui non accettiamo alcun compromesso o vediamo tutto bianco o tutto nero, esuliamo dalla retta via.
E questo è tutto.

domenica 14 marzo 2010

Filo d'Erba

Promise me to be found here without me

"Se non puoi essere albero, sii filo d'erba"
J.F.Kennedy
.
Il piccolo filo d'erba ondeggiava calmo al refolo di vento, musica di quella giornata di primavera.
Respirava aria pura, in quel prato d'alta quota.
Il rumore che giungeva su quell'angolo di paradiso, racchiuso dei monti che facevano da fondale, era quello del silenzio più assoluto, talmente profondo da essere assordante.
Era il silenzio della montagna, che impone rispetto senza eccezioni.
Le vette innevate declinavano all'orizzonte, facendo sentire la loro voce attraverso il vento: una voce vecchia migliaia di anni, che non aveva a che fare con quella debole e patetica dell'uomo, o ripetitiva e insistente del mare.
Quello era il rumore della terra, era il respiro del mondo.
Il cielo turchese sembrava un dipinto di un altro universo, statico, come se tutto ciò che si vedeva lontano fosse solo una fotografia.
Il sentiero correva rapido su per i colli, tagliando i prati, correndo con i ruscelli, salendo i declivi.
Guardando indietro si aveva la vertiginosa vista di un mondo in discesa: piccolo, inerme, coatto.
Cosa ne sapevano quelli che vivevano laggiù del piccolo prato di smeraldo? Che cosa gliene sarebbe mai potuto importare alla gente, che non sapeva nulla della bellezza?
Della bellezza stupefacente di un piccolo filo d'erba, in mezzo a migliaia di piccoli fili d'erba.

venerdì 12 marzo 2010

Il Cielo che bacia la Terra

Ricaricò il Garand dopo aver sentito il familiare suono metallico dell'espulsione del caricatore da otto colpi.
Le grida attorno a lui scemarono di un poco, ma le MG fisse da postazione continuavano a vomitare traccianti sul versante della collina sotto di loro.
Con un movimento tremante, estrasse il caricatore nuovo dalla tasca della divisa verde scuro e se la batté sull'elmetto per assicurarsi dal rumore che non fosse vuota.
Una granata esplose poco distante e lo schizzò di terra, fango e, con suo raccapriccio, sangue.
Infilò il tutto nell'alveo, appena dopo il calcio, nel legno scuro e scheggiato del fucile e ritrasse subito la mano, perchè il meccanismo non gli tranciasse il dito.
Il muro di mattoni dietro il quale, accucciato, si era riparato, non forniva molta protezione, ma era meglio di niente.
Sempre meglio di quelli che sbarcavano in quel momento sulla spiaggia, un centinaio di metri più in basso.
Centinaia di persone correvano su per la collina melmosa, gridando parole sconnesse, gridando aiuto, gridando e basta.
i veicoli da sbarco erano riusciti con difficoltà e lasciarli sulle sponde di quell'inferno. Intere squadre erano state falciate al calare dei portelloni e non avevano nemmeno messo piede sulla spiaggia.
Il cielo era grigio, saturo del rumore dei traccianti, delle urla strazianti, dell'odore della carne morta e bruciata.
Di tanto in tanto, una detonazione e degli ordini in una lingua sconosciuta laceravano l'etere.
Tre amici erano partiti con lui per quello sbarco. Non li aveva più visti fino a quando non aveva trovato la mano di Lucas sotto un cavallo di Frisia,il suo anello di metallo scuro al'anulare, troncata di netto. Da un tracciante probabilmente. In quel momento capì che doveva cercarne due soltanto..

Continua..

giovedì 11 marzo 2010

Lacrime di Gioia Sperate

Attorno a lui la stanza girava.
Non si era mia sentito così euforico, estatico e pieno di vita.
La busta era aperta sulla scrivania, il tagliacarte appoggiato sul bancone, con l'aria quasi colpevole.
La carta bianca che sbucava dalla cassetta della posta sembrava un'altra delle innumerevoli bollette e solo quando l'aveva presa si era reso conto che aveva tra le mani un pezzo del suo futuro.
Il suo cuore batteva mentre con le mani si scompigliava i capelli.
Nella casa del suo amico, si sentiva un piccolo dio.
"Sì noi siamo i più grandi. Siamo i migliori."
Si lasciò cadere sul divanetto di fronte alla vetrata, la testa abbandonata sullo schienale.
Le voci, nell'aria della sera che faceva da cornice al crepuscolo, arrivavano ovattate alle sue orecchie. Loro non lo sapevano ancora.
Entrarono in casa, e lo trovarono seduto, come collassato e con un'espressione stranita sul volto.
Fuori, le nubi nebbiose si appiccicavano sui fianchi delle colline grigie.
Non gli chiesero nulla, perchè quando guardarono sul bancone capirono.
Un suo amico aprì la busta, ma quella era vuota.
Il foglio, il contenuto, era nella sua mano.
"Non si passano notti insonni e momenti di oblio se non si ha dentro la cosa, quella cosa"
Lo chiamarono, lui mosse la testa, giusto per far capire che non era morto.
Poteva sembrare tutto agli amici, che non indovinavano nemmeno lontanamente cosa lui avesse all'interno del suo corpo: una battaglia, uno scontro tra il cuore e lo stomaco, il cervello e i polmoni in una sfida all'ultimo sangue.
Anche l'ultimo dei suoi amici entrò, ed entrò anche lui.. l'altro come lui.
Era il più silenzioso di tutti, in un certo modo, perchè il suo silenzio era accompagnato da due occhi stupiti, sgranati, come due pozzi su un mondo inaccessibile agli altri.
Il primo si alzò dal divano e continuando a dare la schiena agli altri raggiunse il vetro del salone, guardando la valle sotto i suoi occhi. Che strano, era così sfocata da quell'altezza.
"E' quello che ci manda in paranoia, che ci mette fuori dal cerchio dei normali"
Un giovane dall'aria preoccupata fece due passi verso di lui; un giovane alto dai capelli neri, ricci, dagli occhi verdi come le colline d'estate, gli chiese cosa ci fosse scritto nella lettera.
Nessuna risposta.
Le nuvole grigie continuavano a rimanere incollate alle colline.
Il ragazzo con il mondo negli occhi sopraggiunse al primo e glielo richiese.
Allora, a quella richiesta, al sapere della prima persona ancora dietro di me, alzai la lettera nella mano sinistra, scuotendola un paio di volte.
-Hanno detto.. di si-
Silenzio.
Poi una delle ragazze disse in tono materno: -Ma.. stai piangendo..-
-No, io non piango mai.. Non piango da quando avevo dieci anni..- risposi singhiozzando; a tradimento, una lacrima macchiò rumorosamente il tappeto.
Ma non ero l'unico.
Il mio migliore amico e il ragazzo con il mondo negli occhi mi abbracciarono; anche quest'ultimo stava piangendo, perchè quella lettera era indirizzata ad entrambi.
Ce l'avevamo fatta.
"Ma una donna che ci aspetti a casa quando torniamo con un drink e un bacio.. noi quello non l'avremo mai"
Ci abbracciammo tutti e mi girai, finalmente, vedendo lacrime bagnare gli occhi dei due ragazzi dietro di me: gli occhi con il mondo dentro avevano le stesse mie lacrime; gli altri occhi, quelli verdi, avevano lacrime diverse, ma ancora più preziose.
Ci stringemmo tutti, e poco dopo la felicità straripò come un lago da una diga che piano piano scava il suo passaggio nella roccia e, quando alla fine ci riesce, non teme rivali.
Il sole brillava sulle nubi, dissolvendole al vento e lasciando le colline libere di respirare.
"E' per quello che Dio ha inventato i microonde!"

_
Spero il racconto vi sia piaciuto!
Se volete, potete seguirmi diventando miei visitatori fissi cliccando "Segui" in basso a Sinistra nella home di questo mio piccolo sito, oppure potete chiedere la mia amicizia su facebook cliccando sul link apposito, sempre nella home! =)
Matteo

lunedì 8 marzo 2010

A volte sento l'acqua scorrere

Il rumore dell'acqua che scorre per le strade è assordante, non riesci a sentire nient'altro.
Molta gente adora l'acqua, ama visceralmente il mare. Io personalmente ne ho il terrore.
Il mio nome è Alexandro De L'Alba, ho 27 anni e vivo a Los Angeles.
Sono ormai qui da qualche anno, nella calda e afosa città del West America, meraviglioso forno dietetico a 2000 calorie per cheeseburger.
Sono solo, vivo con il mio cane in un appartamento nella 27ma strada all'angolo con la Barker's Avenue.
In pratica al centro esatto dell'inferno.
Oggi ci sono circa 40 gradi.
Mi sono svegliato di soprassalto e sento ancora l'acqua scorrermi addosso, nelle orecchie, nella bocca e nel naso.
Tutte le stramaledette notti da qual dannato Santo Stefano del 2004 passano così.
L'altra sera ho sognato di nuovo il mio fratellino.
Mi piaceva portarlo in spiaggia,giocare a pallone con lui.
Io avevo 21 anni e lui ne aveva 12.
L'acqua se l'è portato via. Letteralmente.
L'unico suo resto è stata una scarpa, e siamo stati fortunati a trovare un pezzo del suo piede dentro.
"Scappa Olis, corri!"
A volte mi sembra di sentirlo ancora urlare.
La mia vita era stata cancellata dal mare.
Il suono della caffettiera che fischia mi riporta alla realtà.
Appartamento 216, la sveglia segna le otto del mattino.
E' un'altra splendida giornata nella città degli angeli.
Mi alzo stordito e mi dirigo verso la mia piccolo cucina. Fuori il sole splende e Bingo sta dormendo sul tappeto.
Faccio piano per non svegliarlo ma ormai è vecchio ed è un po' duro d'orecchi.
Prendo la caffettiera e mi verso un caffè quanto mai lungo, forse perchè probabilmente tornerò a dormire.
Chiudo gli occhi e rivedo mia madre, il corpo gonfio riverso su un fianco, innaturalmente bianco, i vestiti macilenti e zuppi, la bocca aperta e le labbra scorticate, mentre un uomo in un'anonima tuta blu la ricopre con un sacco nero come la notte.
La casa che crolla attorno a noi e lei che mi diceva di correre, di mettere in salvo Olis.
Il gorgoglio della sua gola invasa dalle torbide acque del mare assassino permeano ancora i miei sogni.
Appoggio la tazza sul bancone bianco della cucina e mi siedo per terra, ignorando le comode sedie sgargianti, contro il muro freddo.
Il lavandino perde, il plic plic delle gocce mi ricorda il suono dell'acqua che cadeva dalle dita di un cadavere nell'ospedale da campo.
Il mondo aveva mandato uomini e donne senza distinzione per cercare di aiutarci.
Ma nessuno di loro potrà mai cancellare l'orrore.
Mi stringo nelle mie ginocchia e piango, come ogni mattina, da qui a sei anni.
A volte sento ancora il rumore assordante dell'acqua che scorre nelle strade,e non riesco a sentire nient'altro.

domenica 7 marzo 2010

Scrive Parmenide

Scrivere è e non può non essere. Il non scrivere non è.

Non si può immergere due volte una penna nello stesso calamaio.

La Morte di Speranza

Tutto quello che stava accadendo succedeva troppo lentamente per essere vero.
Tutto quel sangue non aveva significato, sicuramente c’era qualcosa che gli era sfuggito.
Passò delicatamente le dita tra i capelli del ragazzo steso ai suoi piedi.
Attorno a lui la strada era silenziosa, non fosse stato per le urla dentro e fuori la sua testa, che gridavano che no, non era possibile, che c’era qualcosa di sbagliato.
Poi un risolino agghiacciante lo riportò alla realtà, e rivide il pugnale lucido, nero, andare incontro a chi gli stava di fianco; lo vide accasciarsi senza un gemito, il sangue che cadeva copioso; vide la mano assassina tagliarsi con quello stesso coltello.
La rabbia lo colse mentre era chino sul corpo della persona senza la quale la sua vita non aveva significato.
In quel momento capì che mai più egli gli avrebbe parlato, mai più lo avrebbe aiutato.
Non avrebbe più sentito la sua risata, né sentito pronunciare il suo nome senza una lacrima che lo accompagnasse.
La Speranza.
Strinse i pugni. Si accorse di essersi ferito alla mano destra, senza accorgersene, poiché quando mosse le dita si fece male. Un taglio netto, sul palmo, dal quale colava una densa goccia di sangue scuro.
Digrignò i denti, mentre si rendeva conto di ciò che era successo.
L’assassino l’avrebbe pagata cara.
Alzò lo sguardo, come convinto di trovarselo innanzi. Osservò la strada, le finestre, i muri, i cancelli, i giardini. Era solo.
Non capiva. Come aveva fatto ad andarsene senza farsi notare?
Non aveva senso, niente aveva senso.
La parte più importante di lui non poteva essersene andata in quel modo
Lui aveva promesso di proteggerlo. Non poteva finire così. Se avesse trovato l’assassino, lui sarebbe tornato in vita. Le due cose erano correlate.
Quella risata.
Non se la sarebbe più dimenticata ma... era una risata troppo familiare.
Appoggiò la mano per terra, e strinse qualcosa di duro e freddo.
Un coltello.
Rise, poiché seppe di aver trovato qualcosa che lo avrebbe aiutato nella sua vendetta.
Ed in quel preciso momento, capì.
La risata che aveva sentito, era stata la sua. La mano che aveva ucciso, era la sua.
Era un assassino.
Tremante, con le lacrime agli occhi, guardò il volto della persona che più di tutte era stata preziosa per lui.
Fissò la ferita.
Aveva ucciso la Speranza, che aveva il volto del suo migliore amico. E facendolo si era ferito. Profondamente.
Era sicuro che uccidendo la Speranza in lui, non avrebbe mai più sofferto, non sarebbe mai stato più deluso.
Perché non avrebbe avuto alcun bisogno di aspettare qualcosa con tutto il cuore, di avere quella fiamma in fondo all’anima che avrebbe mantenuta accesa la possibilità di essere felice e che, quando fosse stata spenta, delusa, negata per l’ennesima volta, avrebbe bruciato di un fuoco freddo e dolorosissimo.
Ora invece, si ritrovava solo. Come aveva voluto.
Fu allora che cominciò ad urlare.

sabato 27 febbraio 2010

Andragos e Pistios

Ecco qui un mio racconto piccino picciò, che ho mandato al concorso Luserna Poesia 2010 e raggiungendo le prime posizioni.


Purtroppo non riesco a copiare e incollare dal mio computer, così devo utilizzare un link dove ho postato il mio racconto su un forum.
Chiedo scusa per l'inconveniente..